Diffondere l’Open Source

Navigando nel sito di Forum PA ho trovato un altro convegno su un argomento che è di grande interesse per il nostro corso: Tra cooperazione e competizione: la sintesi necessaria per la diffusione dell’open source, a cura di Roberto Galoppini, esperto in materia (dal sito Forum PA)

Il software Open Source è oramai ben posizionato in vasti ambiti commerciali, come risulta dalla sua presenza in realtà del calibro di Merryl Lynch e Wal-Mart, come risulta crescente l’interesse da parte di numerose pubbliche amministrazioni, come il Dipartimento della Difesa Statunitense ed il governo Brasiliano, non ultima la Comunità Europea che ne ha espressamente raccomandato l’utilizzo. A fronte delle potenzialità offerte dalle tecnologie aperte in termini di disponibilità ed adattabilità di un gran numero di applicazioni e servizi, gli amministratori locali vivono la difficoltà di selezionare piattaforme e fornitori in grado di rispondere efficacemente alle loro esigenze, trovando solo parzialmente risposte nelle normative e procedure nazionali ed europee. Lo stesso Stato centrale infatti, con il Codice dell’Amministrazione Digitale, gli articoli 892 ed 895 delle legge finanziaria 2007 e gli avvisi per il Riuso, invita i pubblici funzionari ad utilizzare formati aperti, a privilegiare l’utilizzo di programmi a sorgente aperto e a riutilizzare esperienze e tecnologie, ma l’impatto di tale iniziative risulta piuttosto limitato e frammentato. Al di là di alcune eccellenze, rappresentate da pubbliche amministrazioni in cui responsabili informatici, tecnici e fornitori locali hanno saputo interpretare al meglio il valore delle soluzioni aperte, rimane che replicare tali esperienze risulta complesso, e non aiuta l’assenza di reti di imprese, centri di competenza ed altri organismi di aggregazione di soggetti pubblici e privati. Obiettivo del convegno è quello di capire, attraverso il confronto con i protagonisti mondiali dell’economia della conoscenza, quali possano essere i percorsi più idonei per trarre il massimo beneficio dall’utilizzo di tecnologie e processi basati sulla cooperazione e la competizione su beni comuni.

Cos’è l’Open Source? (da Wikipedia)

In informatica, open source (termine inglese che significa sorgente aperto) indica un software rilasciato con un tipo di licenza per la quale il codice sorgente è lasciato alla disponibilità di eventuali sviluppatori, in modo che con la collaborazione (in genere libera e spontanea) il prodotto finale possa raggiungere una complessità maggiore di quanto potrebbe ottenere un singolo gruppo di programmazione. L’open source ha ovviamente tratto grande beneficio da Internet. Alla filosofia del movimento Open Source si ispira il movimento Open content: in questo caso ad essere liberamente disponibile non è il codice sorgente di un programma ma contenuti editoriali quali testi, immagini, video e musica. In tempi recenti, attualmente, l’Open Source tende ad assumere rilievo filosofico, consistendo in una nuova concezione della vita, aperta e refrattaria ad ogni oscurantismo, che l’Open Source si propone di superare mediante la condivisione della conoscenza

La condivisione del codice fino agli anni Settanta

A partire dagli anni Cinquanta, e soprattutto negli anni Sessanta, è stato possibile riusare lo stesso codice e distribuirlo anche se in modo oggi ritenuto piuttosto artigianale, ovvero con nastri e schede perforate. Questo fenomeno diventò evidente soprattutto quando si affermò il vantaggio di usare una stessa porzione di codice, il che presupponeva di avere macchine uguali e problemi simili. Fino a tutti gli anni Settanta, anche se in misura decrescente, la componente principale e costosa di un computer era l’hardware, il quale era comunque inutile in assenza di software. Da ciò la scelta dei produttori di hardware di vendere il loro prodotto accompagnato da più software possibile e di facilitarne la diffusione, fenomeno che rendeva più utili le loro macchine e dunque più concorrenziali. Il software, tra l’altro, non poteva avvantaggiare la concorrenza in quanto funzionava solo su un preciso tipo di computer e non su altri, neanche dello stesso produttore. L’introduzione dei sistemi operativi rese i programmi sempre più portabili, in quanto lo stesso sistema operativo veniva offerto dal produttore di diversi modelli di hardware.
La presenza di sistemi operativi funzionanti per macchine di differenti produttori hardware ampliava ulteriormente le possibilità di usare lo stesso codice in modo relativamente indipendente dall’hardware usato. Uno di questi sistemi operativi era Unix, iniziato nel 1969 come progetto all’interno di un’impresa delle telecomunicazioni, la AT&T. Una famosa causa antitrust contro la AT&T le vietò di entrare nel settore dell’informatica. Questo fece sì che Unix venisse distribuito ad un prezzo simbolico a buona parte delle istituzioni universitarie, le quali si ritrovarono ad avere una piattaforma comune, ma senza alcun supporto da parte del produttore. Si creò spontaneamente una rete di collaborazioni attorno al codice di questo sistema operativo, coordinata dall’Università di Berkeley, da dove sarebbe poi uscita la versione BSD di Unix, che diventa da un lato un centro di sviluppo ed innovazione, dall’altro è la base di partenza per numerosi fork.

La nascita del software proprietario

Considerato che la condivisione del codice è nata insieme all’informatica, piuttosto che di origini dell’Open Source potrebbe essere più appropriato parlare, invece, di origine del software proprietario, ed esaminare il contesto storico in cui questa origine ha avuto luogo. L’utilità principale delle licenze restrittive consiste nella possibilità di rivendere un programma più volte, se necessario con alcune modifiche purché non rilevanti. Questo presuppone che esistano clienti diversi con esigenze simili, oltre che l’esistenza di più computer sul quale poter far eseguire il programma. Queste condizioni cominciano a determinarsi negli anni Sessanta, grazie al fatto che esisteva un maggior numero di utilizzatori con esigenze standardizzabili come lo erano quelle delle organizzazioni economiche nell’area della contabilità, la logistica o delle statistiche. L’introduzione dei sistemi operativi rese inoltre possibile l’utilizzo dello stesso programma anche su hardware differente aumentando così le possibilità di riutilizzo dello stesso codice e dunque l’utilità nell’impedire la duplicazione non autorizzata dei programmi. La suddivisione della AT&T in 26 società, le cosiddette BabyBell, permise alla AT&T di usare logiche prettamente commerciali nella distribuzione del suo sistema operativo UNIX, innalzando notevolmente i costi delle licenze e impedendo la pratica delle patch. Il 1982 fu anche l’anno della divisione delle diverse versioni commerciali di Unix, portate avanti dai singoli produttori di hardware. Questi ultimi, effettuando delle piccole modifiche alla propria versione del sistema operativo, impedirono ai propri utenti l’utilizzo di altri sistemi, facendo in modo che i programmi scritti per la propria versione di Unix non funzionassero su versioni concorrenti.

Gli anni Ottanta: Stallman, la Free Software Foundation e l’innovazione dei PC

Al MIT la sostituzione dei computer fece sì che i programmatori - fra i quali Richard Stallman che sarebbe diventato il portabandiera del free software - non potessero accedere al sorgente del nuovo driver di una stampante Xerox per implementarvi una funzionalità gradita in passato: la segnalazione automatica che vi erano problemi con la carta inceppata. Contemporaneamente, società private cominciarono ad assumere diversi programmatori del MIT, e si diffuse la pratica di non rendere disponibili i sorgenti dei programmi firmando accordi di non divulgazione (in inglese: NDA, ovvero Non-Disclosure Agreement). In questo contesto Stallman si rifiutò di lavorare per una società privata e fondò nel 1985 la Free Software Foundation (FSF), una organizzazione senza fini di lucro per lo sviluppo e la distribuzione di software libero. In particolare lo sviluppo di un sistema operativo completo, compatibile con UNIX, ma distribuito con una licenza permissiva, con tutti gli strumenti necessari altrettanto liberi. Si tratta del progetto nato l’anno precedente, ovvero GNU, acronimo ricorsivo per contemporaneamente collegarsi e distinguersi da UNIX, ovvero “GNU’s Not UNIX”. «L’obiettivo principale di GNU era essere software libero. Anche se GNU non avesse avuto alcun vantaggio tecnico su UNIX, avrebbe avuto sia un vantaggio sociale, permettendo agli utenti di cooperare, sia un vantaggio etico, rispettando la loro libertà.» Tale progetto, finanziato dalla FSF, venne pertanto prodotto da programmatori appositamente stipendiati. I principali contributi vennero da Stallman stesso: il compilatore gcc e l’editor di testo Emacs. Furono sviluppate anche altre componenti di sistema UNIX, alle quali si sono aggiunte applicazioni per veri e propri giochi. Questi programmi furono distribuiti per circa 150$ che oltre a coprire i costi di riproduzione garantivano un servizio di supporto al cliente.
L’unica condizione era che tutte le modifiche eventualmente effettuate su tali programmi venissero notificate agli sviluppatori. Nacque così la GNU General Public License (GPL), il preambolo del cui manifesto comincia con: « Le licenze per la maggioranza dei programmi hanno lo scopo di togliere all’utente la libertà di condividerlo e di modificarlo. Al contrario, la GPL è intesa a garantire la libertà di condividere e modificare il free software, al fine di assicurare che i programmi siano “liberi” per tutti i loro utenti. » Gli anni Ottanta sono caratterizzati da alcuni eventi importanti, tra i quali l’introduzione nel mercato di quello che verrà chiamato Personal Computer (PC), ovvero un elaboratore con un proprio processore concepito per essere utilizzato da un solo utente alla volta. Il prodotto di maggior successo, il PC della IBM, si differenziava dai progetti precedenti in quanto non utilizzava componenti IBM, ma sia per il software che per l’hardware si affidava alla produzione da parte di terzi. Ciò rese possibile da un lato ad altre imprese di clonare il PC IBM, abbattendone notevolmente i costi, dall’altro permise a parecchie società di produrre dei software applicativi standard, in concorrenza gli uni con gli altri, basandosi su un unico sistema operativo, anche se inizialmente i principali produttori di software erano identificabili con prodotti per specifiche applicazioni. Il notevole ampliamento del mercato rese possibili economie di scala e si instaurò una sorta di sinergia tra quelli che sarebbero diventati i principali attori del settore: il produttore dei processori Intel e il produttore del sistema operativo e di applicativi per ufficio Microsoft. La maggiore potenza dei processori rese possibile lo sviluppo di programmi più complessi, la maggiore complessità degli applicativi e del sistema operativo richiesero processori più potenti instaurando in un certo modo un circolo vizioso di aggiornamenti continui. Sia il sistema operativo che gli applicativi furono caratterizzati fin da subito dall’essere destinati ad utenti con conoscenze informatiche relativamente scarse e dall’avere licenze d’uso strettamente commerciali, vietando da un lato agli utenti di farne delle copie, dall’altro agli sviluppatori di vedere o modificare il codice. Sempre negli anni Ottanta vennero introdotte le workstation, ovvero un sistema basato su terminali (i client) e computer centrali (i server). Si tratta di sistemi derivati concettualmente dai mainframe e basati essenzialmente su sistemi operativi UNIX proprietari. L’hardware stesso varia sul lato server dai mainframe ai PC, mentre su lato client vengono impiegati soprattutto i PC. Ciò favorì lo sviluppo di software sia per i client, utilizzati spesso da persone con scarse conoscenze informatiche, che per i server, il cui funzionamento viene solitamente garantito da personale informatico particolarmente qualificato.

Gli anni Novanta: Internet, Linux e la Open Source Definition

Benché Internet avesse visto la luce già negli anni Settanta, è soltanto agli inizi degli anni Novanta, con la diffusione del protocollo HTTP e la nascita dei primi browser, che Internet cominciò ad essere diffuso prima in ambito accademico e poi in modo sempre più capillare anche tra semplici privati. All’inizio degli anni Novanta, il progetto GNU non aveva ancora raggiunto il suo obiettivo principale, mancando di completare il kernel del suo sistema operativo (HURD). Per sopperire a tale mancanza William e Lynne Jolitz riuscirono ad effettuare il porting di UNIX BSD su piattaforma Intel 386 nel 1991. Purtoppo negli anni successivi tale porting si trovò ad affrontare problemi di natura legale che ne ritardarono temporaneamente lo sviluppo, ma nello stesso anno, l’insoddisfazione riguardante alcuni applicativi di Minix, un sistema Unix su una piattaforma PC, il desiderio di approfondire le proprie conoscenze del processore Intel 386, scelto in quanto di minor costo e di maggiore diffusione rispetto alle piattaforme hardware per le quali erano disponibili sistemi operativi Unix, e l’entusiasmo per le caratteristiche tecniche di Unix stimolarono Linus Torvalds, studente al secondo anno di informatica presso l’Università di Helsinki, a sviluppare un proprio sistema operativo, imitando le funzionalità di Unix, su un PC con un processore Intel 386. Torvalds distribuì il proprio lavoro tramite Internet e ricevette immediatamente un ampio riscontro positivo da parte di altri programmatori, i quali apportarono nuove funzionalità e contribuirono a correggere errori riscontrati. Nacque così il kernel Linux, il quale fu distribuito fin da subito con una licenza liberale. Internet dal canto suo, rende possibile la comunicazione tra persone molto distanti in tempi rapidi e a basso costo. Inoltre rende possibile la distribuzione di software direttamente dalla rete, riducendo ulteriormente i costi di duplicazione e le difficoltà a reperire il software stesso.
La diffusione dei CD-Rom come supporto privilegiato di raccolte di software rese possibile il fenomeno delle cosiddette distribuzioni. Linux può essere considerato come il primo vero progetto “open source” cioè come il primo progetto che faceva affidamento essenzialmente sulla collaborazione via Internet per progredire; fino ad allora, infatti, anche i progetti di software libero come Emacs erano stati sviluppati in maniera centralizzata seguendo un progetto prestabilito da un ristretto numero di persone, in base cioè ai principi ’standard’ di ingegneria del software. Si assumeva valida anche per i progetti open source la ‘legge di Brooks’, secondo cui “aggiungere sviluppatori a un progetto in corso di implementazione in realtà rallenta il suo sviluppo”, legge che ovviamente non è applicabile a un progetto di sviluppo open source.
Agli inizi degli anni Novanta, l’idea delle licenze liberali era rappresentata soprattutto da Richard Stallman e la sua FSF, ovvero le licenze liberali per eccellenza erano la GPL e la LGPL che però venivano ritenute “contagiose”, in quanto a partire da un codice licenziato con la GPL qualsiasi ulteriore modifica deve avere la stessa licenza. Le idee stesse di Stallman venivano viste con sospetto dall’ambiente commerciale statunitense, il che non facilitava la diffusione del software libero. Per favorire dunque l’idea delle licenze liberali nel mondo degli affari, Bruce Perens, Eric S. Raymond, Ockman e altri cominciarono nel 1997 a pensare di creare una sorta di lobby a favore di una ridefinizione ideologica del software libero, evidenziandone cioè i vantaggi pratici per le aziende e coniarono il termine “Open Source”. Ciò anche al fine di evitare l’equivoco dovuto al doppio significato di free nella lingua inglese, visto che spesso veniva interpretato come “gratuito” invece che come “libero”. L’iniziativa venne portata avanti soprattutto da parte di Raymond che, in occasione della liberalizzazione del codice sorgente di Netscape, voleva utilizzare un tipo di licenza meno restrittivo per le aziende di quanto fosse il GPL. La scelta a favore dell’Open Source da parte di alcune importanti imprese del settore come la Netscape, l’IBM, la Sun Microsystems e l’HP, facilitarono inoltre l’accettazione del movimento Open Source presso l’industria del software, facendo uscire l’idea della “condivisione del codice” dalla cerchia ristretta nella quale era rimasta relegata fino ad allora. Venne cioè accettata l’idea che l’open source fosse una metodologia di produzione software efficace, nonostante nel suo famoso saggio La Cattedrale e il Bazaar, Eric S. Raymond avesse esplicitamente criticato i tradizionali metodi di ingegneria del software, metodi che fino a quel momento avevano dato buoni frutti. Va notato come i primi programmi ‘liberi’, come il GCC, seguivano ancora il modello a cattedrale; solo successivamente progetti come EGCS adottarono il modello a bazaar.

L’audizione alla Commissione Cultura della Camera italiana

Nel 2007 il tema dell’open source è stato portato autorevolmente presso il Parlamento italiano. La commissione cultura della Camera ha ascoltato, nella forma di una audizione, il prof. Arturo Di Corinto, il dott. Massimiliano Gambardella e Stefan Umit Uygur, unitamente a Richard Stallman e a Bruce Perens in una audizione ufficiale dalla commissione cultura della Camera dei deputati. Anche convegno Condividi la conoscenza ha tentato di allargare la base di adesione del mondo accademico sull’ open source e sull’Open content con l’obiettivo di fare ascoltare la propria voce anche dal mondo politico.

La Commissione per il software open source nella Pubblica Amministrazione

Sempre nel corso del 2007 presso il Ministero per le Riforme e le Innovazioni nella Pubblica Amministrazione è stata istituita la Commissione Nazionale per il software Open Source nella PA. Il Decreto Ministeriale istitutivo della Commissione (16 maggio 2007), a firma del Ministro Nicolais, ha definito tre obiettivi prioritari:
1) un’analisi dello scenario europeo ed italiano del settore;
2) la definizione di linee guida operative per supportare le Amministrazioni negli approvvigionamenti di software open source;
3) un’analisi dell’approccio open source per favorire cooperazione applicativa, interoperabilità e riuso.
I lavori della Commissione, presieduta dal prof. Meo, si sono svolti essenzialmente in modalita’ on line supportati dall’Osservatorio OSS del CNIPA. Si sono svolte anche attivita’ di audizione, in particolare la Commissione ha supportato l’organizzazione del Convegno Open Source Open Ideas for Public Administration - OSPA 2008 primo e unico momento in Italia di incontro e confronto tra PA, imprese e universita’. Nell’aprile 2008 la Commissione ha prodotto una prima bozza di Relazione.

Il Codice dell’Amministrazione digitale

Il Codice dell’Amministrazione digitale è stato emanato con Decreto legislativo del 7 marzo 2005, n. 82, pubblicato sulla G.U. n. 111 del 16 maggio 2005, a seguito della delega al Governo contenuta all’articolo 10 della legge 29 luglio 2003, n. 229 (Legge di semplificazione 2001). Il Codice è entrato in vigore il 1 gennaio 2006. Esso ha lo scopo di assicurare e regolare la disponibilità, la gestione, l’accesso, la trasmissione, la conservazione e la fruibilità dell’informazione in modalità digitale utilizzando con le modalità più appropriate le tecnologie dell’informazione e della comunicazione all’interno della pubblica amministrazione, nei rapporti tra amministrazione e privati. In alcuni limitati casi, disciplina anche l’uso del documento informatico nei documenti tra privati. Nel 2006, pochi mesi dopo l’entrata in vigore, il Codice è stato oggetto oggetto di una serie di correttivi, disposti con il decreto legislativo 4 aprile 2006, n. 159 la cui emanazione era stata autorizzata dalla medesima legge-delega n. 229 del 2003. Il decreto correttivo, oltre a modificare in diversi punti l’articolate del decreto 82/2005, traspone nel “corpus” del Codice l’intero testo già contenuto nel Decreto legislativo n. 42 del 2005 (contestualmente abrogato), disciplinante il Sistema Pubblico di Connettività e la Rete Internazionale delle Pubbliche Amministrazioni.
Il Codice dell’Amministrazione Digitale si compone oggi di 92 articoli, suddivisi in 9 capi intitolati rispettivamente:

• “Principi generali”,
• “Documento informatico e firme elettroniche; pagamenti, libri e scritture”,
• “Formazione, gestione e conservazione dei documenti informatici”,
• “Trasmissione informatica dei documenti”, “Dati delle pubbliche amministrazioni e servizi in rete”,
• “Sviluppo, acquisizione e riuso di sistemi informatici nelle pubbliche amministrazioni”,
• “Regole tecniche”,
• “Sistema pubblico di connettività e rete internazionale della pubblica amministrazione”,
•”Disposizioni transitorie finali ed abrogazioni”.

Si tratta in parte di disposizioni già presenti nella normativa previgente, talvolta riportate alla lettera, talvolta riprese con sostanziali modifiche, in parte di norme emanate ex novo in questa sede. Rientrano nella prima categoria, per esempio, le norme sulla firma digitale e sui certificatori (trasposte dal Testo Unico n. 445 del 2000, ove sono state abrogate). Sono da ascriversi invece alla seconda categoria, in particolare, le norme di principio sul diritto all’uso delle tecnologie nei rapporti con la pubblica amministrazione, e le disposizioni sui siti internet istituzionali. L’emanazione del Codice ha suscitato impressioni contrastanti presso gli osservatori e presso la dottrina giuridica. Da un lato, vi sono coloro che ne hanno accolto positivamente l’uscita, considerandolo un importante atto di riordino della materia. Dall’altro lato, una parte (non minoritaria) della dottrina, si è mostrata alquanto scettica sulla effettiva portata innovativa del decreto, per diverse ragioni. In primo luogo, perché - sostengono i critici - il codice conterrebbe numerose enunciazioni di principio, spesso piuttosto solenni, senza accompagnarle però con disposizioni operative che ne consentano la concreta attuazione. In secondo luogo, perché avrebbe scorporato un assetto normativo che già era organico: la disciplina del documento informatico, secondo tale opinione, trovava infatti la propria sede naturale nel “testo unico sulla documentazione amministrativa” (DPR 445/2000), dove l’atto elettronico era disciplinato contestualmente all’atto cartaceo in un regime di perfetta alternativa tra i due supporti. Infine, secondo la dottrina più scettica, con il “codice” sarebbe degenerato l’intento iniziale di usare l’informatica come strumento per la semplificazione amministrativa, facendo diventare la digitalizzazione un fine a sé stante, sottovalutando i rischi di un passaggio non sufficientemente graduale dal cartaceo all’elettronico, primo fra tutti l’acuirsi del digital divide fra cittadini dotati di confidenza con lo strumento informatico, e cittadini che per ragioni sociali o anagrafiche hanno difficoltà a rapportarsi telematicamente con l’amministrazione.

Legge finanziaria 2007: articolo 1, commi 892 e 895 (Interventi per la società dell’informazione e sostegno agli investimenti innovativi negli enti locali)

Il comma 892 stanzia, per il triennio che va dal 2007 al 2009, la spesa di 10 milioni di euro per ogni anno, vale a dire, 30 milioni di euro. Durante la discussione e l’approvazione del Disegno di Legge sulla Finanziaria per il 2007, il Senato della Repubblica ha modificato il comma 892 e ha introdotto i tre commi successivi al fine di promuovere investimenti specifici negli enti locali e di prevedere procedure concertate con gli organismi consultivi degli enti territoriali per la loro erogazione. L’
attuazione degli interventi in questione è demandata ad un decreto di natura non regolamentare del Ministro per le Riforme e le Innovazioni nella Pubblica Amministrazione, da emanarsi entro quattro mesi dalla data di entrata in vigore del provvedimento in esame, con il quale saranno individuate le azioni da realizzare sul territorio nazionale, le aree destinate alla sperimentazione e le modalità operative e di gestione di questi progetti.
Il comma 895 dispone che, nel valutare i progetti che debbono essere finanziati (di cui al comma 892), verrà data priorità a quelli che usufruiscono o sviluppano applicazioni software a codice aperto. Si intende, in sostanza, dare la possibilità alle amministrazioni pubbliche di poter utilizzare, liberamente, in cooperazione, i codici sorgente dei software affinché le innovazioni nella Pubblica Amministrazione possano essere rese disponibili e riutilizzabili attraverso un sito web apposito.

Linee guida per il riuso delle applicazioni informatiche nelle Amministrazioni pubbliche

Nel 2004 il CNIPA ha costituito un gruppo di lavoro incaricato di studiare la possibilità di sviluppare la pratica del riuso tra le amministrazioni centrali e di indicare le condizioni migliori per favorirne la diffusione. I risultati del lavoro del gruppo sono stati riportati nel documento “Riusabilità del software e delle applicazioni informatiche nella pubblica amministrazione - Rapporto del gruppo di lavoro - giugno 2004”, del quale è disponibile anche un rapporto di sintesi. Visti i positivi risultati raggiunti, a dicembre del 2004, il gruppo di lavoro è stato trasformato in un Centro di competenza.
I compiti iniziali assegnati al Centro di competenza sono:
− elaborare ulteriori indicazioni metodologiche e pratiche che consentano alle amministrazioni di prendere in considerazione l’opzione di riuso del software esistente o di impostare lo sviluppo di software applicativo facilmente riusabile;
− definire ed alimentare uno strumento di raccolta della conoscenza sul patrimonio applicativo disponibile e riusabile, sostanzialmente un “catalogo”
delle applicazioni riusabili.
Il Centro svolge inoltre una funzione di catalizzatore per lo sviluppo del riuso, offrendo consulenza alle amministrazioni, favorendo la diffusione e la conoscenza delle applicazioni riusabili e delle migliori esperienze, svolgendo un ruolo di mediazione tra amministrazioni che riusano, promuovendo e coordinando iniziative di riuso in ambiti specifici. 
Le linee guida, parte 1 costituiscono la prima parte del quadro metodologico sul riuso e sono dedicate a fornire indicazioni alle amministrazioni che intendano sviluppare progetti di riuso di applicazioni informatiche esistenti. La parte 2 delle linee guida, non ancora disponibile, sarà dedicata alle indicazioni per la realizzazione di applicazioni riusabili. Le linee guida propongono alle amministrazioni il metodo e disegnano un percorso operativo articolato in varie fasi per lo sviluppo di un progetto di riuso. Alle distinte fasi sono associati alcuni strumenti operativi (Catalogo delle applicazioni, Check list per la valutazione di adeguatezza, Abaco per la valutazione della convenienza economica, ecc.).
La metodologia e gli strumenti rappresentano un primo contributo del CNIPA sulla tematica relativamente poco esplorata del riuso del software nella PA; hanno quindi un carattere evolutivo e saranno progressivamente integrati ed aggiornati in relazione alla graduale diffusione della pratica del riuso tra le amministrazioni.

Il documento è articolato in 7 capitoli:
− l’Introduzione, dedicata all’illustrazione delle fasi del metodo proposto in cui si richiamano le principali fattispecie di riuso possibili;
− i Capitoli dal 2 al 6, dedicati alla illustrazione delle varie fasi di un progetto di riuso secondo il metodo proposto;
− l’Appendice, contenente riferimenti normativi e bibliografici ed altra documentazione di riferimento.
Il concetto di riusabilità, secondo la definizione dell’IEEE1, indica il grado con cui un modulo o un’altra componente software può essere riusato in uno o più di un programma software. Il riuso del software è un concetto applicabile all’insieme delle componenti del prodotto software, definito come “l’insieme di programmi, procedure, regole, documenti, pertinenti all’utilizzo di un sistema informatico”. Nel documento si fa riferimento quindi al riuso delle applicazioni informatiche inteso come la possibilità di riutilizzare un prodotto software e/o sue componenti realizzate da o per conto di una amministrazione pubblica nell’ambito di uno o più sistemi informativi di altre amministrazioni pubbliche.
Nella progettazione delle linee guida si è tenuto conto del contesto caratteristico delle amministrazioni centrali. Peraltro le linee guida disegnano un metodo e propongono strumenti che sono disponibili e possono essere utilmente adottati da tutte le amministrazioni pubbliche.
Per una lettura completa del documento:

I “Disastri della guerra” sono sempre attuali…

Goya a Parma parte terza. Ma niente più Capricci o ritratti di nobili. C’è un fil rouge nella storia dell’arte che unisce artisti di diverse epoche: il racconto delle conseguenze della guerra. E la Pinacoteca Stuard propone il Goya che rivoluziona anche questo filone con i suoi “Disastri della guerra”.

Emilio Mistrali con la collaborazione del direttore dell’istituzione Francesco Barocelli cura un percorso intellettuale e artistico sulle immagini della guerra che diventa anche un’occasione di riflessione sociale sugli orrori che ogni conflitto porta con sè. A precedere i “Disastri”, per dare l’idea della distanza tra la rappresentazione seicentesca e l’innovazione di Goya, “Le miserie della guerra”, opera incisoria seicentesca del francese Jacques Callot che ne rappresenta le conseguenze in modo virtuosistico, antinaturalistico, un po’ barocco e teso a stupire l’esigente clientela. Poi finalmente Goya: con l’incisore spagnolo nasce un nuovo modo diretto e immediato di documentare la guerra, senza nessuna concessione alla maniera. L’artista è stato testimone dell’invasione francese in Spagna del 1808 e ne racconta la tragedia in modo universale: è la resistenza spagnola all’esercito napoleonico, ma può rappresentare tutte le guerre mai combattute.

Nelle prime sessantaquattro tavole che compongono la serie assistiamo a fucilazioni, cadaveri, terribili torture, donne che vengono violentate e donne coraggiose, carestie. Le rimanenti quindici tavole compongono la sezione dei “Caprichos enfaticos”, la cui interpretazione delle scene caricaturali e grottesche rimane enigmatica: probabilmente vi è rappresentata la situazione politica dopo il 1814, con coloro che aspirano al potere ritratti come vampiri, lupi e ciarlatani, che ingannano un popolo confuso e distrutto. Le stampe sono appese su fondo rossiccio che ne esalta le tecniche e sono corredate da etichette esplicative con i titoli ermetici di Goya in spagnolo e utilissime e sintetiche spiegazioni dei curatori. Peccato che le sale espositive non siano interamente dedicate ai “Disastri”. In diverse ambienti le incisioni sono attorniate da quadri della collezione della pinacoteca. Interessante la proposta di esemplari delle altre serie incisorie di Goya come la “Tauromachia”, le “Follie”, i “Proverbi” e i “Capricci” che però sono collocate in mezzo alle tavole dei “Disastri”, impedendo di godersi tutto d’un fiato la serie. A conclusione del percorso non poteva mancare una copia fotostatica su tela di “Guernica” di Picasso, che molto deve alla rivoluzione operata da Goya nell’immediatezza della raffigurazione del caos, della brutalità dello strazio del bombardamenti.

Una mostra d’arte ma anche un’ennesimo tentativo di denuncia contro la guerra. Impossibile non uscirne un po’ scossi.

Parma città vuota?!

Qualcuno dice che a Parma non succede mai niente, che è una città noiosa, che non offre molto, un po’ monotona. Io da parmense e parmigiana (eh sì, anche se siamo in serie B) DOC non posso fare a meno di difendere la mia città. Che non è affatto vuota. Anzi.

La denominazione che si trova su molti dei cartelli d’ingresso in città è “Parma città d’arte e di musica”. E Parma è effettivamente questo e molto di più.

Questo è un blog sul giornalismo… perché non fare anche un po’ di giornalismo culturale ed artistico (che è una delle mie passioni) e smentire chi definisce Parma “città vuota”?

Se la connessione ti abbandona…

Se dovessi pensare ad un pro ed un contro per la linea ADSL non avrei dubbi. Pro: è velocissima. Contro? Capita che per una settimana la connessione non funzioni. Non per un’ora, un giorno o due. Per una settimana. E non capita raramente. Chiami Telecom Italia per avere spiegazioni: ti dicono che hanno dei problemi su diverse linee e che tutto tornerà a funzionare nel giro di 48 ore. Sì… ma se a me Internet serve in quel momento?  Va bene che la banda larga, definita alla luce della tecnologia attuale a partire da un valore soglia di 1.2 megabit/sec., non è contemplata né dalla legislazione italiana né da quella europea come obbligo di servizio universale, ma la fornitura di un collegamento Internet sì, eccome, con velocità minima di 33 kbit/sec. Eppure non è così. Non sempre le cose sono come dovrebbero essere. E intanto è da un settimana che non scrivo post…

Multimedialità nella comunicazione pubblica

Visto che tanto si è parlato di multimedialità e comunicazione pubblica… curiosando tra le pagine di Forum PA ho trovato la sintesi di un convegno dal titolo “Multimedialità come nuova dimensione della comunicazione pubblica“ a cura di Sergio Talamo, responsabile dell’Ufficio Stampa ed Editoria Formez.

Approfondiamo…

L’Ufficio Stampa ed Editoria del Formez organizza una giornata di formazione sulla comunicazione multimediale, impostata come una vera sessione d’aula e destinata a tutti coloro che nell’ambito della Pubblica Amministrazione svolgono o sono interessati a svolgere attività di comunicazione multimediale. (www.retepa.it). La giornata si inserisce nell’ambito del progetto “Multimedialità nella P.A.”, partecipato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per le Riforme e le Innovazioni nella P.A., nonché nei lavori del “Gruppo di coordinamento dei giornalisti e comunicatori pubblici multimediali”, struttura sperimentale attivata in collaborazione con l’Ordine Nazionale dei Giornalisti, nata con l’obiettivo di favorire lo sviluppo delle diverse professionalità che operano nel campo della multimedialità e più in generale della comunicazione pubblica, con particolare riguardo alla produzione audiovisiva ed alla realizzazione di servizi interattivi. La giornata si articolerà in una serie di unità didattiche monografiche su vari temi: l’evoluzione della comunicazione pubblica verso la multimedialità e la multicanalità, i nuovi linguaggi giornalistici, il web 2.0, la realizzazione di prodotti audiovisivi - produzione e post produzione.

  • Che cos’è il Formez?  (dal sito ufficiale)
    Il Formez, centro di formazione studi, opera a livello nazionale e risponde al Dipartimento della Funzione Pubblica della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Nell’ambito delle competenze già stabilite dal D.Lgs. 285/99, l’Assemblea dei Soci dell’11 aprile 2007 ha individuato una nuova missione specifica per il Formez:
  1. accompagnare le amministrazioni pubbliche, in particolare le amministrazioni regionali e locali, nello sviluppo di progetti di innovazione organizzativa e amministrativa e nel monitoraggio delle politiche e dei processi di innovazione, anche attraverso lo sviluppo di programmi finalizzati a sviluppare la qualità della regolazione e la semplificazione amministrativa, nonché promuovere l’impiego delle nuove tecnologie per il miglioramento delle risorse umane e dei processi organizzativi;
  2. fornire alle amministrazioni pubbliche assistenza tecnica e tecnico-formativa per migliorare la qualità dei servizi e l’efficacia delle politiche, avendo come particolare riferimento le politiche regionali e locali e gli interventi finalizzati ad accrescere la competitività dei territori e del paese;
  3. fornire alle amministrazioni pubbliche il supporto, l’assistenza tecnica ed i contenuti utili a migliorare la comunicazione delle stesse tra di loro, nonché verso cittadini ed imprese;
  4. sviluppare, anche d’intesa con altre amministrazioni e/o organizzazioni italiane e di altri paesi, progetti di cooperazione internazionale finalizzati alla crescita dei sistemi amministrativi anche attraverso l’attivazione di processi di scambio di esperienze e di “buone pratiche”;
  5. supportare il percorso di internazionalizzazione delle amministrazioni pubbliche, in particolare le amministrazioni regionali e locali;
  6. svolgere ogni altra attività devoluta mediante apposito accordo dal Dipartimento della Funzione pubblica , da altri associati, o da altre amministrazioni pubbliche.
  • Che cos’è il progetto “Multimedialità nella PA”?


    L’Ufficio Stampa ed Editoria del Formez ha avviato un nuovo progetto denominato: “Multimedialità nella P.A. - Azioni a sostegno della comunicazione pubblica e dei servizi interattivi per i cittadini”. Il progetto,   partecipato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per le Riforme e le Innovazioni nella P.A. - è finalizzato a supportare la produzione multimediale nella PA italiana anche attraverso la creazione sperimentale di un Social Network delle Pubbliche Amministrazioni, stimolando un processo di interoperabilità tra le strutture pubbliche deputate alla produzione di contenuti multimediali e di servizi interattivi.
    Nell’ambito del progetto il Formez, in collaborazione con l’Ordine Nazionale dei Giornalisti, ha organizzato il primo incontro del Gruppo di Coordinamento dei giornalisti e comunicatori pubblici multimediali, presso la sede dell’Ordine, il giorno 1 aprile 2008.

Sintesi del progetto esecutivo (da www.retepa.it/multimedia-pa/progmulti  downloads)

   SEZIONE 1: quadro di riferimento

Tra i punti della nuova missione del Formez indicati dall’Assemblea dei Soci nell’aprile 2007 è compreso il compito di “fornire alle amministrazioni pubbliche il supporto, l’assistenza tecnica ed i contenuti utili a migliorare la comunicazione delle stesse tra di loro, nonché verso cittadini ed imprese”. Da cinque anni il Formez ha avviato e gestito iniziative di produzione multimediale per la pubblica amministrazione italiana. L’esperienza pregressa e la conoscenza delle sperimentazioni realizzate dalle PA nazionali e locali, nonché dei fabbisogni conoscitivi dei dipendenti pubblici e dei principali trends tecnologici in atto, rendono l’Istituto soggetto idoneo a supportare la realizzazione di una importante iniziativa di coinvolgimento delle P.A. italiane nel campo della produzione qualitativa di contenuti informativi e servizi interattivi multimediali. La creazione di un network-laboratorio delle P.A. che sperimentano la produzione multimediale rappresenta la naturale evoluzione di un processo avviato sin dal 2002 attraverso il sistema web e digitale terrestre di TelePA e poi proseguito con l’avvio di “Radio P.A. Roma-Milano” e della piattaforma RetePA, consistente in un portale video che raccoglie le migliori esperienze nonché nella Ricerca semestrale sulle esperienze multimediali locali e nel Premio “La P.A. che si vede”. 
Il Dipartimento della Funzione Pubblica intende realizzare un nuovo intervento a carattere nazionale per favorire lo sviluppo della comunicazione pubblica italiana attraverso la creazione di un Social Network capace di coinvolgere le amministrazioni che, a diversi livelli, realizzano contenuti multimediali. Attraverso la presente iniziativa, il Formez consolida il percorso formativo e di aggiornamento dei dipendenti pubblici e rafforza attraverso una prospettiva partecipativa la produzione di contenuti specializzati in un’ottica orizzontale, proponendo un sistema di  comunicazione della P.A. imperniato sulla logica di fruizione-condivisione dei contenuti tipica del web 2.0. 
I modelli di comunicazione proposti dalle amministrazioni centrali e locali, monitorati dal Formez sin dal 2003, hanno raggiunto oggi livelli qualitativi inimmaginabili fino a qualche anno fa. Il web appresenta senz’altro il mezzo ideale per la sperimentazione di queste nuove forme di comunicazione ma resta da affrontare la sfida della multicanalità: la convergenza dei sistemi di comunicazione digitale offre panoramiche interessanti sia per le singole amministrazioni sia per un’attività sinergica tra le stesse. Questo ultimo aspetto rappresenta sostanzialmente l’attività programmatica oggetto della presente progettazione esecutiva. 

   SEZIONE 2: finalità e risultati attesi

Obiettivo strategico del progetto “Multimedialità nella P.A.” è quello di stimolare un processo di interoperabilità tra le strutture pubbliche deputate alla produzione di contenuti multimediali e dei servizi interattivi. L’iniziativa si propone di avviare, con vari strumenti formativi, relazionali e informativi la creazione di un network-laboratorio che valorizzi i prodotti e ne agevoli lo scambio e il miglioramento qualitativo.

obiettivo 1) coinvolgere le pubbliche amministrazioni verso le attività del Network e realizzare un laboratorio permanente di scambio e aggiornamento professionale tra gli operatori di produzioni multimediali e servizi interattivi.
Il risultato atteso è l’ideazione e la realizzazione di una  in grado di fotografare le esperienze locali, analizzarne i livelli qualitativi e quantitativi della produzione, proporre un modello redazionale nuovo e partecipato che, partendo dal coordinamento dei giornalisti e comunicatori pubblici multimediali e dalle attività di laboratorio formativo permanente proposto, proponga al sistema della comunicazione pubblica italiano un vero e proprio Social Network della PA italiana. Le attività di ricerca si concentreranno sulle esperienze di Web Tv, sui servizi attraverso la Tv digitale terrestre e la rete di telefonia mobile. 
Per lo svolgimento delle attività del Coordinamento dei Giornalisti e Comunicatori Multimediali ed in particolare per la realizzazione di incontri virtuali e le attività formative verranno utilizzati strumenti innovativi di formazione a distanza. In tal modo verranno favorite la circolazione delle esperienze e la piena e costante condivisione della produzione. Il Formez prevede di utilizzare degli strumenti di comunicazione video tra gli accreditati. Tra i risultati dell’attività didattica è   prevista la realizzazione di un “codice di qualità” della produzione informativa pubblica multimediale e di solidi riferimenti deontologici. 

obiettivo 2) valorizzare le esperienze monitorate a livello locale e favorirne una visibilità a livello nazionale
Il Formez ha intenzione di ideare e realizzare una nuova edizione del Premio ” LA PA CHE SI VEDE, la Tv che parla con te”. Il concorso, la cui cerimonia di premiazione si terrà al prossimo Salone della Comunicazione Pubblica Italiana, verrà strutturato in quattro categorie di concorso: Notiziario Istituzionale, Video Promozionale, Canali tematici, Servizi interattivi. La giuria del Premio sarà composta da personalità di rilievo del mondo della comunicazione pubblica, della ricerca e del settore televisivo e multimediale oltre che da un rappresentante del Dipartimento della Funzione Pubblica. 
Per la valorizzazione delle iniziative monitorate e premiate, il Formez organizzerà due eventi a carattere nazionale per offrire visibilità ai progetti e alle esperienze delle PA coinvolte e per promuovere le attività ed i risultati del gruppo di lavoro. 
Da ultimo, il Formez sarà a disposizione delle amministrazioni che ne faranno richiesta per supportare l’organizzazione di eventi a livello locale, legati allo sviluppo della comunicazione pubblica.

obiettivo 3) proporre una produzione informativa specifica sui temi della comunicazione pubblica a supporto della produzione del Network delle PA  
Il Formez intende realizzare di alcuni prodotti informativi che verranno ospitati nel video portale www.retepa.it. In particolare, l’Istituto avvierà la produzione di un notiziario radiofonico quotidiano denominato Radio PA. Gli utenti interessati potranno ricevere via mail il palinsesto quotidiano con i link alla edizione completa e alle singole notizie che la compongono. Ciascuna edizione di Radio PA potrà essere ascoltata entrando nella sezione del portale dedicata alla Radio.  www.RetePA.it sarà strutturato in diverse sezioni: News testuali, Radio, l’Editoriale (un approfondimento sui temi della multimedialità nella PA), le sezioni dedicate alle esperienze locali.  
Inoltre, verrà costantemente aggiornato e costituirà ulteriore fonte informativa, il canale Multimedialità all’interno del portale istituzionale del Formez.
Sul fronte della produzione video, il Formez, di concerto con le amministrazioni coinvolte, proporrà un nuovo prodotto informativo capace di mettere a sistema e valorizzare la produzione delle stesse amministrazioni: una sperimantazione di Tg partecipato, un’esperienza unica nel panorama europeo che coglie i segnali evolutivi del web e lo sviluppo dei canali specializzati del sistema televisivo.

obiettivo 4) sperimentare la realizzazione di prodotti interattivi di utilità dei cittadini e offrire alcune amministrazioni campione nell’avvio del servizio 
Il Formez, di concerto con altre istituzioni (si indicano a titolo di esempio il Cnipa e la Fondazione Ugo Bordoni come principali interlocutori da coinvolgere) che già hanno realizzato iniziative formative avanzate in tema di servizi interattivi, avvierà uno studio teso a realizzare prodotti sperimentali utili per i cittadini e le imprese e veicolabili su Tv web, tv digitale o telefonia mobile. Tale attività potrà agevolare l’implementazione, da parte delle amministrazioni interessate, di nuovi e accattivanti servizi digitali di ultima generazione calibrati sui bisogni delle PA locali. 

  • Che cos’è il Gruppo di coordinamento dei giornalisti e dei comunicatori pubblici multimediali?
    Il coordinamento si costituirà come una struttura sperimentale che nasce con l’obiettivo di supportare le diverse professionalità che operano nel campo della multimedialità e favorire lo sviluppo della comunicazione pubblica, con particolare riguardo alla produzione audiovisiva ed alla realizzazione di servizi interattivi su diverse piattaforme (web, tv, rete mobile).
    Il Coordinamento, che potrà concretizzarsi su diversi livelli di impegno e di partecipazione, opererà come un Laboratorio formativo permanente con l’obiettivo di: 
  1. gestire una rete organizzata ed ufficiale dei giornalisti pubblici multimediali che operano nelle P.A. centrali e locali; 
  2.  realizzare strumenti che consentano la costante comunicazione tra gli iscritti e lo scambio di buone pratiche; 
  3.  rafforzare l’identità professionale dei giornalisti pubblici multimediali (che spesso operano in condizioni precarie e senza che sia riconosciuta la loro opera); 
  4. organizzare eventi, incontri, attività di formazione; 
  5.  redigere un “Codice di qualità” della produzione informativa pubblica multimediale e di solidi riferimenti deontologici; 
  6.  produrre una newsletter sui temi della multimedialità, aperta alla collaborazione ed al contributo di tutti i partecipanti al gruppo di coordinamento; 
  7.  sperimentare un Tg nazionale, partecipato da tutte le P.A. che stanno sperimentando la produzione audiovisiva. Inoltre i membri del coordinamento potranno essere direttamente coinvolti nella realizzazione di video giornalistici contribuendo alla produzione di un notiziario informativo sperimentale. 
  • Radio PA
  • Rete PA: la piattaforma
  • DigiPA: la formazione sul DTT
    Il Formez, su incarico del Dipartimento della Funzione Pubblica, ha sperimentato l’erogazione di un percorso formativo attraverso la televisione digitale terrestre. L’iniziativa, denominata DiGiPA, è stata realizzata attraverso il canale RaiUtile.
    In questo ambito è stato ideato un modello didattico attraverso la produzione di trenta moduli. Le lezioni/trasmissioni televisive, integrate da supporti video e servizi interattivi, sono stati appositamente sviluppati e concepiti per una fruizione formativa. Il percorso didattico é stato reso disponibile sia su Digitale terrestre sia su satellite. Queste le aree tematiche oggetto del corso (ogni area tematica è stata sviluppata in un corso di sette/otto lezioni):
    · Gestione del fenomeno dell’Immigrazione
    · Comunicazione Pubblica
    · Il mercato del lavoro e i servizi per l’impiego
    · Cooperazione per lo sviluppo e Fondi comunitari 
    Ciascuna lezione é stata arricchita da materiali utili all’approfondimento (schede grafiche, testo, bibliografie,   servizi video). Diverse le modalità di interazione per consentire una partecipazione attiva e dinamica dei partecipanti.

 

Il Forum della Pubblica Amministrazione

A Roma si è aperto ieri il Forum della Pubblica Amministrazione che ospiterà tutto il mondo della comunicazione. Noi abbiamo l’ordine tassativo di seguirlo attraverso il sito web, per capire come la comunicazione comunica la comunicazione. Intanto…

Cosa è FORUM PA (dal sito ufficiale)

FORUM PA è un progetto integrato di comunicazione che promuove un confronto diretto ed efficace tra pubbliche amministrazioni centrali e locali, imprese e cittadini sui temi chiave dell’innovazione nel sistema paese e nei sistemi territoriali.

La mission: comunicare l’innovazione

FORUM PA è un momento di approfondimento, ascolto, diffusione e valorizzazione delle più importanti iniziative di innovazione che provengono di sistemi settoriali e territoriali italiani. La comunicazione segue una logica integrata: dall’expo di maggio come momento di relazione e scambio alle community on line, FORUM PA segue i processi e le esperienze di innovazione mentre si svolgono. L’expo di maggio è il momento qualificante di un processo più ampio che coinvolge, nelle diverse attività, target diversificati.

 

La comunicazione dell’evento ha riguardato tutti i media: 

-Spot radiofonico

-Visual della campagna


-Il portale Internet, che è stato rinnovato con la tecnologia open-source web 2.0, dà la possibilità di   creare un proprio percorso on-line.

Ed è proprio ciò che dovremo fare noi ogni giorno… Come fare a crearsi un percorso personale? Niente paura. Sul sito c’è un tutorial video che spiega tutto passo passo.

 

Internet kills the radio star?!

La radio non è da meno. Digiti radio sul campo di ricerca di Google e…appare una lunghissima lista di siti delle emittenti italiane. Ma la vera sorpresa è che molte di esse possono essere ascoltate on-line. La radio ha ormai più di cent’anni di vita e sono lontani i tempi in cui Guglielmo Marconi tentava esperimenti di trasmissione dell’informazione attraverso onde elettromagnetiche.

La radio è anagraficamente vecchia eppure la percepiamo in modo molto moderno. Perché? Ovvio. È cambiata e si è adeguata ai tempi attraverso le tecnologie. Basti ricordare che fino a poco tempo fa si cercavano le stazioni con la manovella, mentre oggi addirittura appare sul frontalino della radio il nome dell’emittente su cui si è sintonizzati. La nostra società considera “radio” tutto ciò che si ascolta, anche I-Pod e lettori mp3.

In realtà questi prodotti instaurano un discorso parallelo ma la radio è altra cosa. Eppure la logica dello sviluppo è la stessa: miniaturizzazione degli strumenti e trasposizione digitale, alle quali si aggiunge una conseguenza, quella dell’isolamento di chi in treno o in autobus si chiude nel suo mondo con le cuffie alle orecchie. È l’incomunicabilità della comunicazione. La radio ha deliberatamente copiato e sfruttato tutte quelle tecnologie che la stavano uccidendo e questo ha comportato ben più di una sopravvivenza, quasi un trionfo.

La radio oggi è uno strumento digitale a tutto tondo, è il più digitale tra tutti anche nel trasmettere. Si può vedere oltre che ascoltare perché si è trasformata in programmi televisivi, come il celebre e apprezzato “Viva Radio 2 minuti” di Fiorello e Baldini, coppia radiofonica di enorme successo che in tv non delude.  La radio addirittura diventa veri e propri canali tv: Radio Deejay ha un suo canale, Deejay TV. O semplicemente vengono accese le telecamere in sala di trasmissione e diffuse le immagini in tv o in rete. Per non parlare, come abbiamo già fatto delle radio sul web. Pochissimi anni fa sarebbe stato inconcepibile pensare di ascoltare programmi su Internet.  Si alza (e come potrebbe non accadere?) anche il livello di interazione con l’utente che, se prima poteva solo telefonare per comunicare con la radio, adesso può decidere se utilizzare la mail o mandare un sms in redazione. E tutto questo comporta un cambiamento nella concezione della professionalità tipica della radio: non più il deejay ferratissimo in musica ma l’intrattenitore, perché non ci sono più i vinili da scegliere, mettere e togliere, è il computer che seleziona e propone le musiche.

Ma in tutto questo manca ancora un passaggio, quello futuro, che probabilmente comporterà il ritorno alla radio parlata, che è stata, è e continuerà ad essere forte, fortissima.

 

Non solo Internet… ma anche tv!

Non ci sono più le mezze stagioni e non ci sono più le tv analogiche di una volta. Nel tentativo di rincorrere Internet, la tv si fa spazio utilizzando con i linguaggi scartati dalle tecnologie. E diventa digitale, interattiva. Nasce negli anni ‘90 in USA e si fa strada in tutto il mondo. Una rete digitale può nascere in pochissimi giorni, basta moltiplicare una serie di piccole scatole di prodotto e farle viaggiare via satellite. E il gioco è fatto. Per gli italiani tv digitale significa SKY, una televisione pay per view che cresce a 350 mila abbonamenti all’anno. Questo perché ha sconfitto il fantasma che penalizzava i suoi antenati Tele Più e Stream: la pirateria. È praticamente impossibile trovare una carta poco legale per evitare di comprare l’abbonamento intero. Così il mercato italiano cresce… e Rupert Murdoch si arricchisce. SKY esiste solo dal 2003 eppure c’è già una sorta di dipendenza culturale nei suoi confronti. Provate a pensarci: ormai guardiamo anche i canali in chiaro sul satellite. Per sintonizzarci su Rai 1 non premiamo più il tasto “uno” del nostro solito telecomando ma il 101 di quello del decoder. SKY è un pericolo per la tv tradizionale perché copre le nicchie di mercato più richieste come quelle dello sport e del cinema. In più ha un servizio di all news internazionale che comporta un impegno cospicuo, con una redazione di 400 tra giornalisti e tecnici che sono sempre sulla notizia e aggiornano lo spettatore in tempo reale. La tv all news prende dal web elementi digitali e li porta a disposizione del grande pubblico, rendendosi esteticamente più apprezzabile. Ecco apparire sugli schermi finestre e ticker in cui scorrono le notizie. Sono proprio queste innovazioni a rimanere impresse nella mente dello spettatore, più di chi parla o delle immagini.  La tv all news cambia fortemente il mondo del giornalismo, rubando utenti ad Internet e prendendo le tecniche proprio dalla rete. I vantaggi digitali applicati alla tv riportano in primo piano il dibattito sulla figura del giornalista perché ne diminuiscono la portata storica, facendolo diventare un semplice mediatore intellettuale che propone in modo tecnologico una comunicazione essenziale, fatta di flash, sempre più simile a quella delle agenzie di stampa. Ma resta una domanda: la tv all news arricchisce l’offerta o la rende più confusa?

Comunicazione sociale

Da un po’ di tempo il sociale è sempre più presente su Internet: la rete è diventata strumento e vetrina ideale per associazioni benefiche e no profit perché è a costo zero e raggiunge tutti. Nella comunicazione sociale è la parola a contare più di tutto. Il suo valore è moltiplicato rispetto ad altri ambiti. Bisogna raccontare, coinvolgere, interagire.

  • Vai su Greenpeace.com e ti trovi davanti queste parole: “Greenpeace exists because this fragile Earth deserves a voice. It needs solutions. It needs change. It needs action”. Parole forti, coinvolgenti, che non possono lasciare indifferenti. E poi tre appelli diversificati: “Donate!”, “Sign up!” e “Get involved!”. Un filmato che accusa Dove di distruggere le foreste per ricavare olio di palma. Sotto le news dal mondo dell’ecologia, tutte proposte con un linguaggio incisivo. Sulla destra un box con “le cose che puoi fare ora”. E sono in tanti a darsi da fare. La parola giusta mobilita.

     
  • Medicisenzafrontiere.it si apre sulla pagina “SOS Myanmar” che spiega la situazione della Birmania, l’impegno dell’associazione in loco, descrivendo i successi già ottenuti (importanza di informare i sostenitori su cosa si fa con i loro soldi) e i riferimenti per fare donazioni alla causa. Si va direttamente al punto, non si presenta neanche Medicisenzafrontiere. La priorità è mandare aiuti in Birmania. Attraverso un link si arriva al sito che è essenziale. Vengono descritte tutte le missioni delle associazioni, specificando e dando ancora particolari su quella in Birmania. Menu sintetico: chi siamo, cosa facciamo. Poi gli appelli: “Sostienici”, “Collabora”, “Parti con noi”.  

 

 

Comunicazione d’impresa

Interattività. È questo il dictat per la comunicazione d’impresa in rete. Vedo la pubblicità, clicco e posso direttamente comprare il prodotto, sceglierne il colore ecc. Ogni utente pensa di tracciare un proprio percorso. In realtà siamo guidati da input che inconsciamente cogliamo e seguiamo. In questo mondo la parola vale poco, si punta tutto sul visual, sull’immagine. Solitamente un potenziale cliente può trovarsi davanti a due situazioni di accesso differenti:

  1. può avere servizio senza registrarsi (passo che incute un po’ di timore) immediatamente; l’iscrizione alla fine sarà quasi sempre necessaria ma non viene imposta subito per dare l’idea di apertura
  2.  per avere un servizio si deve registrare e pagare subito; solitamente sono aziende o giornali con credibilità e di cui la gente si fida che scelgono questa via.

Il format dei siti d’impresa è abbastanza uniformato:

-viene ignorata l’accessibilità
-grafica fantasiosa e fantastica
-introduzione da skippare, musica
-accesso diretto ad ultima novità prodotta dal brand
-menu essenziale a 5 o 6 voci.

Buttiamoci nel mare del commercio e osserviamo…

  • Apple.com: sito essenziale, incentrato sui prodotti. Non c’è un’introduzione da skippare L’home page si apre con l’immagine dell’ultimo prodotto, l’I-Mac: clicco e accedo alla pagina di approfondimento e acquisto del computer. Tantissime le foto che agevolano il potenziale cliente. Menu molto ridotto: la voce “Store” dà accesso immediato al negozio on -line dei prodotti Apple. Un accorgimento furbo dell’azienda.

     

  • Barilla.it: sito ricchissimo di immagini. Nessuna introduzione. Nella home page troneggia un piatto di pasta, il piatto del giorno consigliato dallo chef con la ricetta. Poi il link non troppo visibile alle ultime novità dell’azienda. Possibilità di iscriversi al Barilla Club e un motore di ricerca, il “CercaRicette”. Divertente. Immagini linkate che conducono a pagine dedicate ai sughi, alle lasagne “Emiliane” e alla linea “I Regionali”. Il prodotto domina.
  • Nike.com: il caricamento del sito è lungo. Scelta della lingua che mette a proprio agio l’utente. Le pagine sono molto cinematografiche e sovraccariche di immagini e video. Tutti i link sono fatti da immagini. Link visibilissimo allo store e possibilità di personalizzare i prodotti. La grafica è spettacolare.

     
  • Nokia.com: scelta lingua immediata. Il sito è ricco di immagini che raffigurano diversi prodotti. il più recente è all’inizio della pagina in dimensione maggiore rispetto agli altri. Il menu è ridotto ed una delle voci più importanti è “store”. Tutto è concentrato sui prodotti, sui gadgets, sugli aggiornamenti, niente distrae.  

 

 

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