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Giulietta e Romeo secondo Cocciante

La più celebre storia d’amore di tutti i tempi declinata nella sua origine di novella italiana. Lo dice il titolo “Giulietta e Romeo”, dove i nomi dei protagonisti sono invertiti rispetto alla versione shakespeariana. Lo conferma il sottotitolo “opera popolare”: le radici sono nel melodramma ottocentesco la cui nobiltà ha poco a che fare con gli attualissimi musical di estrazione anglosassone.

Riccardo Cocciante si è inventato un nuovo genere che, a giudicare dai consensi e dal successo, funziona eccome. Una storia romantica e allo stesso tempo tragica, una storia di amore e odio insieme. É la storia di due giovani che si amano a dispetto di tutto e di tutti. E Pasquale Panella, autore dei versi, rende l’ingenuità adolescenziale di due sedicenni che si giurano amore eterno sullo sfondo del rancore secolare tra le loro famiglie, i Montecchi e i Capuleti.

Altra protagonista e insieme cornice della storia, la bellissima Verona cinquecentesca, ricreata dalla innovativa scenografia, composta da un complesso ed efficace insieme di sipari in movimento. A completare la collocazione storica della vicenda gli splendidi costumi del premio Oscar Gabriella Pescucci. Il corpo di ballo accompagna diligentemente l’intreccio, rendendosi un po’ più protagonista solo nella scena della festa a casa di Giulietta.

Ma il vero nucleo dell’opera popolare, a differenza della commedia musicale che assegna la stessa importanza a ballo e spettacolarità a volte eccessiva di costumi e scene, sono loro: i cantanti. Tutti assolutamente credibili nei rispettivi ruoli e perfettamente in grado di reggere i primi piani (a lato del palcoscenico due megaschermi inquadrano i volti di chi canta) come fossero attori navigati. Di alcuni colpisce l’evidente giovane età che quasi contrasta con una potenza e una padronanza vocale ammirevoli. Nonostante la bellezza e la delicatezza dei personaggi di Giulietta e di Romeo, bravi e convincenti, spicca su tutti lo scanzonato e perspicace Mercuzio, acuto osservatore e in un certo senso narratore della storia: le sue arie sono tra quelle che colpiscono di più, in primis quella introduttiva su Verona, che catapulta subito lo spettatore nel contraddittorio clima di amore-odio della città e della vicenda, e poi quella che racconta il primo sguardo tra i due futuri amanti.

Le musiche di Cocciante scandiscono un crescendo che porta alla tragedia finale attraverso una commistione suggestiva di antico e moderno come fraseggi vocali propri della lirica ma cantati con un’impostazione diversa, note del Rinascimento affiancate a bassi blues, percussioni più o meno martellanti, chitarre elettriche e amplificazione, il tutto corredato da un linguaggio ripetitivo forte ed estremamente emozionale. L’opera popolare è fatta di questo: di belle canzoni e di bravi cantanti. E tanto basta.

Copy-right, copy-left

Il copyright è l’insieme delle norme anglosassoni e statunitensi sul diritto d’autore. In Italia si avvicina alle norme sul diritto d’autore vigenti, che differiscono in diversi punti. Le originarie leggi sul copyright furono emanate dalla monarchia inglese nel XIV secolo ma la prima normativa moderna fu lo Statuto di Anna del 1710: grazie ad esso gli autori potevano bloccare la diffusione delle loro opere, ma il loro sostentamento si legò indissolubilmente al profitto degli editori che si incrementò con la cessione da parte degli autori di vari diritti sulle opere. Poi quasi tutta Europa fece una legislazione sul copyright e nel 1886 fu istituita l’Unione internazionale di Berna per regolare i rapporti in questo campo, tutt’oggi esistente.
L’avvento dell’era informatica ha fatto venir meno una delle basi del copyright inteso alla vecchia maniera: costo e difficoltà di riprodurre e diffondere sul territorio le opere. Il copyright inteso in modo tradizionale non può più essere tutelato.

Il caso più conosciuto è quello di Napster, sistema di condivisione gratuita dei file musicali, che causò una notevole inflessione dei profitti di editori e di produttori, che ne vollero fortemente la chiusura. Tutto inutile perché Napster è già stato sostituito da decine di programmi di file sharing più sofisticati ed avanzati. E’ impossibile per la legislazione stare al passo.

Su Internet spesso troviamo pagine senza indicazioni di copyright: possiamo fare del contenuto di quelle pagine ciò che ci pare? Ovviamente no. La Convenzione Universale del Diritto d’Autore di Ginevra del 1952 (ratificata in Italia con legge 20 giugno 1978, n.399 e valida in quasi tutti gli stati del mondo) stabilisce che “ogni espressione del lavoro intellettuale è protetta dal diritto d’autore, senza che siano richiesti ulteriori atti o fatti o formalità, quali possono essere la pubblicazione o il deposito dell’opera o la sua registrazione”. Ciò significa che tutti i testi e le immagini presenti nei siti web sono sempre protetti da copyright e non possono mai essere utilizzati a meno di esplicita ed inequivoca autorizzazione da parte dell’autore.

Il termine copyleft nasce nel 1984 con Richard Stallman e la Free Software Foundation in opposizione a copyright: “left” significa “lasciato” o “sinistra” a sottolineare una filosofia opposta a quella del diritto d’autore, un modello alternativo di gestione basato su un sistema di licenze attraverso le quali l’autore (detentore originario dei diritti sull’opera) indica ai fruitori dell’opera che essa può essere utilizzata, diffusa e spesso anche modificata liberamente, pur nel rispetto di alcune condizioni essenziali. Questo principio è stato utilizzato nell’ambito del Software libero.

Esempi di licenze copyleft per il software sono la GNU GPL e la GNU LGPL, per altri ambiti le licenze Creative Commons oppure la stessa licenza GNU FDL usata per Wikipedia.

(fonte: Wikipedia)

I reati informatici

Se nasce un nuovo interesse meritevole di tutela esso deve essere protetto dalla legge: la diffusione degli apparati informatici, telematici e relativi ad Internet, ha fatto sorgere questi nuovi interessi da tutelare con due leggi:

  • Decreto Legislativo n. 518/92 sulla tutela giuridica del software: che individua essenzialmente due forme: il brevetto e il diritto d’autore. Il brevetto tutela l’invenzione industriale, il diritto d’autore le opere dell’ingegno. Il nostro ordinamento riconosce così al software la stessa tutela prevista per le opere letterarie, filmiche, musicali, ecc.. Il software per essere tutelato deve essere originale, ossia frutto della creazione intellettuale dell’autore. La legge tutela tutti i programmi ed il materiale preparatorio, escludendo le idee ed i principi che stanno alla base dello stesso. Non sono tutelati i programmi frutto di copiatura o pedissequa imitazione di un programma già realizzato. E’ necessario, prima di utilizzare un programma, accertarsi che il suo utilizzo sia legale, o perché lo abbiamo acquistato o perché è un software shareware o freeware. Sono definite shareware le copie dei programmi offerte gratuitamente per un periodo limitato; finito il periodo di prova, l’utente per utilizzare il programma deve pagare una piccola somma all’autore. E’ definito freeware il software offerto gratuitamente in forma completa.
  • Legge n. 547 del 23 dicembre 1993, modificazioni ed integrazioni alle norma del codice penale e del codice di procedura penale in tema di criminalità informatica: da “Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico”, a “Detenzione e diffusione abusiva di codici d’accesso a sistemi”, a “Diffusione di programmi diretti a danneggiare o interrompere un sistema informatico”, fino a “Frode informatica”.

Il problema è che queste leggi sembrano più che altro un insieme di importanti affermazioni teoriche e di principio, senza alcuna specifica indicazione sulle metodologie effettive di esecuzione delle indagini informatiche.

Siamo alle solite. Sui problemi più scottanti rimane un silenzio sconcertante.

Nessuna deontologia giornalistica in rete…

Parlare di deontologia giornalistica in rete non è facile. In primis perché manca una normativa. Non solo in Italia, ma anche negli altri paesi. Oggi come oggi non esistono leggi o carte d’intenti sui doveri di un giornalista-informatico. E’ ancora tutto da fare.

Bisogna dunque riferirsi alle carte ormai storiche dell’etica e della deontologia del mestiere:

  • art. 21 della Costituzione: base del diritto attivo e passivo all’informazione
  • art. 49 della Costituzione: diritto politico ad essere informati in egual misura
  • Legge 69 del 1963 (legge sulla stampa): istituisce l’ordine dei giornalisti, sancisce il diritto di informazione e critica dei giornalisti, l’obbligo di verità, lealtà  e buona fede nell’ambito di questo diritto, il dovere di rettifica; formalizza il procedimento discpiplinare per gli iscritti all’albo colpevoli di fatti che vadano contro l’ordine o la dignità professionale
  • Carta di Treviso (1990) sulla tutela dei minori per consentirne uno sviluppo armonico della personalità
  • Carta dei doveri del giornalista (1993):  rispetto della presunzione d’innocenza, importanza del pubblico interesse e dell’accuratezza della notizia, eliminare le incompatibilità professionali
  • Codice deontologico sulla privacy (1996): distinzione tra sfera privata e interesse pubblico, diritto a riservatezza su origine etniche, pensiero politico, abitudini sessuali, convinzioni religiose, condizioni di salute, diritto alla dignità degli imputati nei processi e dei malati; queste indicazioni possono essere violate solo in nome dell’essenzialità della notizia.

E’ necessario interpretarle come si può alla luce dell’era digitale che stiamo vivendo. Anche se lasciare tutto al buon senso delle persone può essere molto rischioso… ma non possiamo fare altro nell’attesa che si fissino delle regole…

La privacy in rete

Che cos’è la privacy? (dal sito “Sicurezza informatica per il cittadino“)

La privacy è il diritto alla riservatezza delle informazioni personali e della propria vita privata. La privacy si traduce nella capacità di una persona di impedire che le informazioni che la riguardano diventino note ad altri, inclusi organizzazioni ed enti, qualora il soggetto non abbia volontariamente scelto di fornirle.

Ha dei fondamenti costituzionali?

I fondamenti costituzionali sono ravvisabili negli artt. 14, 15 e 21 Cost., rispettivamente riguardanti il domicilio, la libertà e segretezza della corrispondenza, e la libertà di manifestazione del pensiero. Soprattutto, però, si fa riferimento all’art. 2 Cost., incorporando la riservatezza nei diritti inviolabili dell’uomo.

Come è cambiato il concetto di privacy con l’avvento della rete?

Il termine privacy è un concetto di origine anglosassone, inizialmente riferito alla sfera della vita privata. Negli ultimi decenni la nozione si è evoluta, arrivando a indicare il diritto al controllo sui propri dati personali.
La recente diffusione delle nuove tecnologie ha contribuito ad un assottigliamento della barriera della privacy, ad esempio la tracciabilità dei cellulari o la relativa facilità a reperire gli indirizzi di posta elettronica delle persone.

Violazione della privacy in Internet

Di crescente rilievo è il tema della sicurezza informatica che riguarda sia i privati cittadini, sia le imprese: esso coinvolge tutti gli aspetti che riguardano la protezione dei dati sensibili archiviati digitalmente ma in particolare è noto al grande pubblico con riferimento all’utilizzo di Internet.
In effetti, la rete è in grado di offrire una vasta gamma di informazioni e servizi ma contemporaneamente può costituire un luogo pericoloso per la nostra privacy anche perché il mezzo stesso non è stato concepito per scambiare o gestire dati sensibili.

In un contesto simile, mantenere l’anonimato risulta spesso arduo e con il proliferare dei conti online e lo spostamento delle aziende su Internet, risulta più semplice per i malintenzionati accedere alle nostre informazioni riservate. A tal proposito, una delle piaghe più dannose della rete è lo spyware che, installandosi spesso in maniera fraudolenta nel personal computer delle vittime, provvede ad inviare dati personali (pagine visitate, account di posta, gusti, ecc.) ad aziende che successivamente li rielaboreranno e rivenderanno.
Esiste perfino un metodo, chiamato social engineering, tramite cui i truffatori riescono a ottenere informazioni personali sulle vittime attraverso le più disparate tecniche psicologiche: si tratta di una sorta di manipolazione che porta gli utenti a rilasciare spontaneamente i propri dati confidenziali. La miglior difesa per la nostra privacy, in questa situazione di precarietà, consiste nell’utilizzare il buon senso e nell’adottare semplici accorgimenti tra cui:

  • Utilizzare password non banali e con codici alfanumerici.
  • Evitare il più possibile di comunicare la propria password.
  • Installare e configurare bene firewall e antivirus tenendoli in seguito costantemente aggiornati.
  • Procurarsi un antispyware in grado di ripulire efficacemente il sistema.
  • Tenere sotto controllo i cookies.
  • Non aprire allegati di e-mail provenienti da utenti sconosciuti o sospetti.
  • Configurare il livello della privacy del nostro browser almeno a livello medio.
  • Leggere attentamente le licenze e le disposizioni riguardo alla privacy prima di installare un qualsiasi software.

Esistono inoltre soluzioni meno immediate ma più efficaci come l’utilizzo della crittografia, che ci permette di criptare un messaggio privato attraverso particolari software facendo sì che solo l’utente destinatario possa leggerlo in chiaro, unito all’implementazione della firma digitale. Con il diffondersi del Voip e della chat (anche se paiono piú difficili da intercettare), si spera non si creino altri settori di potenziale violazione della privacy.

Legislazione in materia di privacy

In Europa

  • Convenzione europea dei diritti dell’uomo (art. 8):
    Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria per la sicurezza nazionale, per la pubblica sicurezza, per il benessere economico del paese, per la difesa dell’ordine e per la prevenzione dei reati, per la protezione della salute o della morale, o per la protezione dei diritti e delle libertà altrui
  • Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (art. 8):
    Ogni individuo ha diritto alla protezione dei dati di carattere personale che lo riguardano. Tali dati devono essere trattati secondo il principio di lealtà, per finalità determinate e in base al consenso della persona interessata o a un altro fondamento legittimo previsto dalla legge. Ogni individuo ha il diritto di accedere ai dati raccolti che lo riguardano e di ottenerne la rettifica. Il rispetto di tali regole è soggetto al controllo di un’autorità indipendente.

In Italia

  • Legge 547/1993, art. 10, art. 640ter c.p. (concetto di frode informatica):
    chiunque, alterando in qualsiasi modo il funzionamento di un sistema informatico o telematico o intervenendo senza diritto con qualsiasi modalità su dati, informazioni o programmi contenuti in un sistema informatico o telematico o ad esso pertinenti, procura a se o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 516 a euro 1032. La pena è della reclusione da uno a cinque anni e della multa da euro 309 a euro 1549 se ricorre una delle circostanze previste dal n.1 del secondo comma dell’art. 640 ovvero se il fatto è commesso con abuso della qualità di operatore del sistema
  • Legge 675/1996 (trattamento e protezione dei dati personali)
  • Decreto legislativo n°196 del 2004: modalità con cui devono essere trattati i dati confidenziali nell’ambito dei servizi di comunicazione elettronica accessibili al pubblico e obbligo, da parte dei fornitori, di rendere l’utente più consapevole su come le loro informazioni riservate verranno trattate e utilizzate.

Tra i reati penalmente punibili, in termini di Internet e privacy, ricordiamo:

  • La violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza informatica.
  • La rivelazione del contenuto di corrispondenza telematica.
  • L’intercettazione di comunicazioni informatiche o telematiche.
  • Installazioni abusive di apparecchiature per le intercettazioni informatiche.
  • La falsificazione, alterazione e sottrazione di comunicazioni informatiche.
  • Rilevazione del contenuto di documenti informatici segreti.
  • L’accesso non autorizzato ad un sito.
  • Lo spionaggio informatico

Un caso recente ed emblematico di violazione

Circa un mese fa sono stati resi pubblici in rete i dati dei contribuenti italiani. Polemiche su polemiche ma non esiste nel nostro paese una normativa precisa su queste cose. Alla fine è intervenuto il garante della privacy che ha oscurato le pagine. Inutile perché ovviamente molti giornali avevano già pubblicato quei dati, qualcuno li aveva messi in vendita e altri li avevano resi scaricabili gratuitamente dal web. Conclusione? Ormai non basta più affidarsi al comune senso del rispetto delle leggi, serve una legislazione più rigida e matura, che per Internet deve ancora essere fissata. Ormai è quasi tutto pubblico e farebbe notizia se qualcuno denunciasse una violazione di diritti della privacy.

The New Factory: Andy Warhol in mostra a Parma

Una luce viola e la musica dei Velvet Underground. Ecco che la tradizionalista Fondazione Magnani Rocca si trasforma nella Factory di Andy Warhol. In mostra circa 140 opere dell’estroso genio che ha destabilizzato e rinnovato il concetto di arte nel Novecento. Una vera e propria rivoluzione.

Warhol è il testimone più franco e cinico della società dei consumi statunitense degli anni Sessanta e Settanta: costringe gli americani a rispecchiarsi in se stessi e nelle proprie icone. Andy ne emula le leggi consumistiche ma ne evidenzia anche i caratteri di ricezione passiva. Immagini della pubblicità vengono decontestualizzate e rese con colori abbaglianti che suscitano allegria ma anche una sottile inquietudine. E’ la Pop Art.

La massima evoluzione dell’opera grafica di Warhol consiste nell’adozione della tecnica serigrafica: dal barattolo della Campbell’s Soup, che è parte della quotidianità di ogni americano medio, al volto di Marilyn Monroe, incarnazione dell’ideale femminile del pubblico sì, ma imposto anch’esso dai media come ogni altro prodotto commerciale.

Dotato di una creatività inesauribile l’eclettico Warhol ha spaziato tra le più diverse forme di espressione artistica, dalla fotografia, al disegno, alla musica, al cinema, all’editoria. In mostra sono rappresentati tutti gli aspetti dell’attività dell’artista corredati da pannelli didattici, immagini e filmati, chiari e alla portata di tutti, sulla sua vita e la sua opera. E’ possibile osservare i primi lavori: tavole disegnate a “blotted line” e colorate a mano come la serie “In the bottom of my garden”. Poi le celebri serigrafie, il suo marchio di fabbrica, di Marilyn ovviamente ma anche di Paloma Picasso, Mick Jagger, Mao, la serie dedicata ai travestiti di colore “Ladies and Gentlemen”, quella sugli ebrei più famosi del XX secolo e infine quella sull’epopea del West. Senza dimenticare “Electric chair”. L’esposizione è arricchita da una preziosa raccolta dei numeri di “Interview”, rivista da lui fondata, con le copertine che Andy disegnava ritraendo personaggi famosi come Marisa Berenson, Tom Cruise, John Travolta. Sono visibili inoltre spezzoni di film underground, provocazioni contro Hollywood, che Warhol diresse, scrisse e produsse in gran quantità.

Oltre alle serigrafie i pezzi forti sono le copertine più famose della storia del rock che eseguì per i dischi dei Rolling Stones e dei Velvet Underground. Non mancano anche quelle disegnate per Aretha Franklin, Paula Anka, Miguel Bosè…

Si percorrono le sale della Fondazione tutte d’un fiato, quasi straniti e immersi in un mondo del tutto diverso, quello di Andy Warhol.

Si dice che le nuove generazioni non si interessino all’arte: la Magnani Rocca ha scommesso su un’artista originale, contraddittorio ed estremo, che incuriosisce e attrae. E ha fatto centro.

Abolire l’Ordine dei Giornalisti?

L’iscrizione all’albo professionale fu resa obbligatoria nel Ventennio per tenere sotto controllo i giornalisti. L’ordine fu istituito ufficialmente con la legge n°69 del 3 febbraio 1963, con funzioni di controllo dell’accesso, del mantenimento dell’ordine e di vigilanza e tutela dei suoi componenti.

Oggi l’Italia e il Belgio (che sta ormai per abolirlo) sono gli unici paesi in cui esiste l’obbligo di iscriversi all’ordine per esercitare la professione giornalistica. Se pensiamo che negli Stati Uniti la mentalità è così moderna che alcuni blogger sono addirittura accreditati al Congresso, il nostro “caro” e vecchio albo ci fa quasi ridere.

Nel Belpaese è stato indetto un referendum dai Radicali nel 1997 per la soppressione dell’ordine. Il risultato: l’Italia lo voleva abolire. Eppure questo non è accaduto, a dimostrazione (nel caso non ce ne fossero abbastanza) della pressione delle caste nel nostro paese.

Il presidente dell’Ordine Del Boca ha dichiarato: “E’ un errore proporre l’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti. L’Ordine deve essere rafforzato, tutelato e non distrutto. Quella dei Radicali è una proposta che destabilizza le condizioni di un’intera categoria. E’ necessario, invece modificare la legge del 1963 dell’Ordine dei Giornalisti perché ormai datata, ma di certo non abolirla. Essa è l’unica forma di tutela per la categoria e serve una forte cooperazione per migliorare la legge in vigore”.

Ma intanto i Radicali continuano sulla loro strada e Beppe Grillo porta avanti la stessa lotta: “siamo l’unico paese dove esiste un ordine dei giornalisti, dove per scrivere devi pagare una retta, dove i quotidiani vengono finanziati dallo stato”.

Lo scorso 25 aprile, con il cosiddetto V-day 2, ha raccolto migliaia di firme per l’abolizione. E i giornali si sono difesi diminuendo e ridicolizzando numeri e ragioni dei manifestanti.

Molti intellettuali e addirittura giornalisti professionisti si sono pronunciati a favore della soppressione, mettendo anche a rischio i loro privilegi perché, come diceva Einaudi “ l’ordine tende a porre un limite a quel che limiti non ha e non deve avere, alla libera espressione del pensiero”.

E se fossero proprio i blogger, per molti acerrimi nemici dei giornalisti, a dare la spinta decisiva?

Morte del giornalismo?

Il giornalismo cartaceo è oggi in una nobile agonia? La risposta più quotata è sì, a malincuore è così. E chi lo sta “uccidendo”? Pare che il primo colpo sia stato sferzato dal vocabolario del pubblico che si riduce e il secondo, e direi quello quasi definitivo, dalle tecnologie che continuano a evolversi.

Le esigenze primarie di un giornalista cambiano: oggi deve essere veloce , conoscere il suo pubblico di riferimento e plasmarsi in base ad esso. Deve essere preparato e diverso dagli altri perché altrimenti il mercato lo esclude. Proprio quel mercato che, insieme alle sempre “colpevoli” tecnologie, ha spezzettato il macrolinguaggio in una serie di linguaggi specializzati e settoriali.

E allora che tipo di giornalista avremo in futuro? Che caratteristiche avrà il professionista moderno che lavorerà su Internet? Ovviamente la figura del giornalista non esisterà più, o perlomeno non avremo più un solo tipo di giornalista. Esisteranno nicchie di specializzazione con ottimi scrittori e ottimi tecnici (chi avrà conoscenze tecnologiche in più sarà favorito). Al posto dei giornalisti avremo una schiera di copia-incollisti, ovvero semplici traslatori di immagini e parole, che saranno condizionati dal tempo e, se desidereranno elaborare qualcosa, non lo potranno fare perché arriverebbero un secondo dopo gli altri. Un mestiere decisamente più frenetico e meno affascinante.

Ma una specializzazione precisa dovrebbe salvarci. Si dice che il giornalismo tradizionale è morto e che il giornalismo moderno (che continuiamo a chiamare così per convenzione) è tutto da inventare. Scoraggiante? Eticamente sì. Ma da un punto di vista pratico è… stimolante.

La rivoluzione dell’IPhone

Provate ad uscire di casa e ad andare in un posto qualunque, per esempio nella piazza della vostra città, guardatevi intorno e fate caso a quante persone parlano al telefono o scrivono messaggi battendo le lettere sulla tastiera in modo compulsivo, come se dovessero battere un record. Oppure ascoltano musica, giocano o navigano su Internet con il cellulare. In ogni casa c’è un telefono fisso ma ci sono almeno quattro telefonini. Ormai è più facile stare senza lavatrice che senza il mobile. Incredibile?

No. Siamo nella società della comunicazione e il telefono è il mezzo che più si è rivoluzionato, dando vita ad un’enorme offerta di opzioni, servizi e funzionalità, sempre in nome della semplicità, della velocità e dell’economia (almeno per gli SMS).

L’IPhone, ultima creatura della Apple, apre la strada che porterà ad avere un vero e proprio PC tra le mani. E’ un microcomputer con 20 giga di memoria e una miriade quasi inimmaginabile di funzioni, un ibrido che incorpora funzioni di

  • un IPod con capacità di riproduzione audio, foto e video,
  • un telefono cellulare quadriband con connettività Wi-fi e Bluetooth 2.0 e dotato di fotocamera da 2 megapixel,
  • un palmare di nuova concezione con sistema operativo derivato da Mac OS X

Praticamente permette di fare ogni cosa attraverso lo schermo multi-touch, la tastiera virtuale e i pulsanti.

Apple ha investito tantissimo nella telefonia mobile per diffondere una differente filosofia di gestione della comunicazione e pare che abbia centrato l’obiettivo: la commercializzazione del prodotto per gli Stati Uniti viene annunciata da Jobs per il 29 giugno 2007. Secondo il Los Angeles Times i negozi Apple e AT&T (la compagnia telefonica) avrebbero venduto in un giorno più di 525.000 unità e la AT&T annunciò di aver finito le scorte in molti dei punti vendita già la mattina del 30. Il 10 settembre Apple ha annunciato di aver venduto il milionesimo esemplare. Un successo senza precedenti.

Sono davvero significative le parole di Steve Jobs, cofondatore ed amministratore delegato di Apple Inc.,: “Di solito un uomo è fortunato ad assistere ad una grande rivoluzione, io sono già alla seconda”. Una rivoluzione senza precedenti.

La tecnologia dà origine a nuove forme di comunicazione. E’ l’evoluzione della filosofia del digitale: l’informazione può seguirti ovunque attraverso il telefonino che sta ormai acquisendo sempre più le caratteristiche di un vero e proprio piccolo computer portatile. Il linguaggio giornalistico che troviamo sul telefonino è la trasposizione della società della comunicazione di oggi: moltissime immagini e pochissime parole.

E intanto in Italia siamo in attesa dell’IPhone…

Giornalismo in rosa

Occasione più unica che rara per noi giovani aspiranti giornaliste: Cristina Parodi è a Parma per ricevere il premio giornalistico femminile “Con gli occhi di una donna”, istituito dal Lions Club “Maria Luigia”. Come potevamo lasciarcela sfuggire? 

Mercoledì 4 giugno, ore diciotto, Sala del Consiglio della Residenza Municipale. A conferire il riconoscimento il sindaco Vignali che ha introdotto il momento ricordando che se è vero che la nostra società è la società della comunicazione e della conoscenza, l’informazione è un elemento cruciale nella nostra vita perché ci consente di stare vicino ai fatti che attraversano il mondo. “Per fare giornalismo servono serietà, professionalità ed eticità. Le donne non hanno niente da imparare in questi campi. Hanno invece tanto da insegnare in fatto di sensibilità. Riescono a lavorare, a costruirsi una famiglia, ad educare i figli e molto spesso anche a fare volontariato, dando un contributo economico e sociale assolutamente essenziale per la società”. 

E Cristina Parodi, affermata e popolarissima giornalista del TG 5, è una di queste donne. “Come si diventa giornalisti? con grande semplicità, umiltà e tanta voglia di imparare” risponde. E poi ripercorre tutta la sua carriera: dal primo servizio su un raduno d’auto d’epoca curato per un programma di motori proprio da Parma per Odeon Tv, all’approdo ai programmi sportivi di Mediaset pur non sapendo nulla di calcio, dal TG 5 alla nuova e bellissima avventura di Verissimo, fino al ritorno al notiziario dei Canale 5. La dedica del premio va a tutte le donne, sempre più numerose e brave, che svolgono questo mestiere, “mi auguro che d’ora in poi possano riuscire ad occupare posizioni di potere come quella di direttore, che oggi è quasi esclusivamente riservata agli uomini”.  Arriva il momento delle domande e ovviamente le professoressa Cavalli conta su di noi, “i suoi studenti di giornalismo”. E noi facciamo il nostro dovere. 

La nostra categoria ovvero “giovani emergenti”, è rappresentata da Francesca Lombardi alla quale viene conferito un riconoscimento che la giornalista accoglie con una bella metafora: “sono sempre stata miope e indossando gli occhiali del giornalismo ho potuto vederci meglio, cogliere il mondo da prospettive diverse, stupirmi come i bambini”. Francesca ha inforcato questi occhiali per la prima volta al “Corriere di Verona”, è approdata alla “Gazzetta di Parma” dove, dopo due anni di collaborazione, è stata assunta per curare il sito Internet. Ma non si dimentica di quei due anni e dedica il riconoscimento a tutti i collaboratori dei giornali che, anche se non hanno un lavoro sicuro, si impegnano tantissimo in nome di un sogno”.

Grazie.

Come potevamo non fare una foto?

 

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