Giulietta e Romeo secondo Cocciante

La più celebre storia d’amore di tutti i tempi declinata nella sua origine di novella italiana. Lo dice il titolo “Giulietta e Romeo”, dove i nomi dei protagonisti sono invertiti rispetto alla versione shakespeariana. Lo conferma il sottotitolo “opera popolare”: le radici sono nel melodramma ottocentesco la cui nobiltà ha poco a che fare con gli attualissimi musical di estrazione anglosassone.

Riccardo Cocciante si è inventato un nuovo genere che, a giudicare dai consensi e dal successo, funziona eccome. Una storia romantica e allo stesso tempo tragica, una storia di amore e odio insieme. É la storia di due giovani che si amano a dispetto di tutto e di tutti. E Pasquale Panella, autore dei versi, rende l’ingenuità adolescenziale di due sedicenni che si giurano amore eterno sullo sfondo del rancore secolare tra le loro famiglie, i Montecchi e i Capuleti.

Altra protagonista e insieme cornice della storia, la bellissima Verona cinquecentesca, ricreata dalla innovativa scenografia, composta da un complesso ed efficace insieme di sipari in movimento. A completare la collocazione storica della vicenda gli splendidi costumi del premio Oscar Gabriella Pescucci. Il corpo di ballo accompagna diligentemente l’intreccio, rendendosi un po’ più protagonista solo nella scena della festa a casa di Giulietta.

Ma il vero nucleo dell’opera popolare, a differenza della commedia musicale che assegna la stessa importanza a ballo e spettacolarità a volte eccessiva di costumi e scene, sono loro: i cantanti. Tutti assolutamente credibili nei rispettivi ruoli e perfettamente in grado di reggere i primi piani (a lato del palcoscenico due megaschermi inquadrano i volti di chi canta) come fossero attori navigati. Di alcuni colpisce l’evidente giovane età che quasi contrasta con una potenza e una padronanza vocale ammirevoli. Nonostante la bellezza e la delicatezza dei personaggi di Giulietta e di Romeo, bravi e convincenti, spicca su tutti lo scanzonato e perspicace Mercuzio, acuto osservatore e in un certo senso narratore della storia: le sue arie sono tra quelle che colpiscono di più, in primis quella introduttiva su Verona, che catapulta subito lo spettatore nel contraddittorio clima di amore-odio della città e della vicenda, e poi quella che racconta il primo sguardo tra i due futuri amanti.

Le musiche di Cocciante scandiscono un crescendo che porta alla tragedia finale attraverso una commistione suggestiva di antico e moderno come fraseggi vocali propri della lirica ma cantati con un’impostazione diversa, note del Rinascimento affiancate a bassi blues, percussioni più o meno martellanti, chitarre elettriche e amplificazione, il tutto corredato da un linguaggio ripetitivo forte ed estremamente emozionale. L’opera popolare è fatta di questo: di belle canzoni e di bravi cantanti. E tanto basta.

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