Morte del giornalismo?

Il giornalismo cartaceo è oggi in una nobile agonia? La risposta più quotata è sì, a malincuore è così. E chi lo sta “uccidendo”? Pare che il primo colpo sia stato sferzato dal vocabolario del pubblico che si riduce e il secondo, e direi quello quasi definitivo, dalle tecnologie che continuano a evolversi.

Le esigenze primarie di un giornalista cambiano: oggi deve essere veloce , conoscere il suo pubblico di riferimento e plasmarsi in base ad esso. Deve essere preparato e diverso dagli altri perché altrimenti il mercato lo esclude. Proprio quel mercato che, insieme alle sempre “colpevoli” tecnologie, ha spezzettato il macrolinguaggio in una serie di linguaggi specializzati e settoriali.

E allora che tipo di giornalista avremo in futuro? Che caratteristiche avrà il professionista moderno che lavorerà su Internet? Ovviamente la figura del giornalista non esisterà più, o perlomeno non avremo più un solo tipo di giornalista. Esisteranno nicchie di specializzazione con ottimi scrittori e ottimi tecnici (chi avrà conoscenze tecnologiche in più sarà favorito). Al posto dei giornalisti avremo una schiera di copia-incollisti, ovvero semplici traslatori di immagini e parole, che saranno condizionati dal tempo e, se desidereranno elaborare qualcosa, non lo potranno fare perché arriverebbero un secondo dopo gli altri. Un mestiere decisamente più frenetico e meno affascinante.

Ma una specializzazione precisa dovrebbe salvarci. Si dice che il giornalismo tradizionale è morto e che il giornalismo moderno (che continuiamo a chiamare così per convenzione) è tutto da inventare. Scoraggiante? Eticamente sì. Ma da un punto di vista pratico è… stimolante.

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