Archivio perGiugno 6, 2008

The New Factory: Andy Warhol in mostra a Parma

Una luce viola e la musica dei Velvet Underground. Ecco che la tradizionalista Fondazione Magnani Rocca si trasforma nella Factory di Andy Warhol. In mostra circa 140 opere dell’estroso genio che ha destabilizzato e rinnovato il concetto di arte nel Novecento. Una vera e propria rivoluzione.

Warhol è il testimone più franco e cinico della società dei consumi statunitense degli anni Sessanta e Settanta: costringe gli americani a rispecchiarsi in se stessi e nelle proprie icone. Andy ne emula le leggi consumistiche ma ne evidenzia anche i caratteri di ricezione passiva. Immagini della pubblicità vengono decontestualizzate e rese con colori abbaglianti che suscitano allegria ma anche una sottile inquietudine. E’ la Pop Art.

La massima evoluzione dell’opera grafica di Warhol consiste nell’adozione della tecnica serigrafica: dal barattolo della Campbell’s Soup, che è parte della quotidianità di ogni americano medio, al volto di Marilyn Monroe, incarnazione dell’ideale femminile del pubblico sì, ma imposto anch’esso dai media come ogni altro prodotto commerciale.

Dotato di una creatività inesauribile l’eclettico Warhol ha spaziato tra le più diverse forme di espressione artistica, dalla fotografia, al disegno, alla musica, al cinema, all’editoria. In mostra sono rappresentati tutti gli aspetti dell’attività dell’artista corredati da pannelli didattici, immagini e filmati, chiari e alla portata di tutti, sulla sua vita e la sua opera. E’ possibile osservare i primi lavori: tavole disegnate a “blotted line” e colorate a mano come la serie “In the bottom of my garden”. Poi le celebri serigrafie, il suo marchio di fabbrica, di Marilyn ovviamente ma anche di Paloma Picasso, Mick Jagger, Mao, la serie dedicata ai travestiti di colore “Ladies and Gentlemen”, quella sugli ebrei più famosi del XX secolo e infine quella sull’epopea del West. Senza dimenticare “Electric chair”. L’esposizione è arricchita da una preziosa raccolta dei numeri di “Interview”, rivista da lui fondata, con le copertine che Andy disegnava ritraendo personaggi famosi come Marisa Berenson, Tom Cruise, John Travolta. Sono visibili inoltre spezzoni di film underground, provocazioni contro Hollywood, che Warhol diresse, scrisse e produsse in gran quantità.

Oltre alle serigrafie i pezzi forti sono le copertine più famose della storia del rock che eseguì per i dischi dei Rolling Stones e dei Velvet Underground. Non mancano anche quelle disegnate per Aretha Franklin, Paula Anka, Miguel Bosè…

Si percorrono le sale della Fondazione tutte d’un fiato, quasi straniti e immersi in un mondo del tutto diverso, quello di Andy Warhol.

Si dice che le nuove generazioni non si interessino all’arte: la Magnani Rocca ha scommesso su un’artista originale, contraddittorio ed estremo, che incuriosisce e attrae. E ha fatto centro.

Abolire l’Ordine dei Giornalisti?

L’iscrizione all’albo professionale fu resa obbligatoria nel Ventennio per tenere sotto controllo i giornalisti. L’ordine fu istituito ufficialmente con la legge n°69 del 3 febbraio 1963, con funzioni di controllo dell’accesso, del mantenimento dell’ordine e di vigilanza e tutela dei suoi componenti.

Oggi l’Italia e il Belgio (che sta ormai per abolirlo) sono gli unici paesi in cui esiste l’obbligo di iscriversi all’ordine per esercitare la professione giornalistica. Se pensiamo che negli Stati Uniti la mentalità è così moderna che alcuni blogger sono addirittura accreditati al Congresso, il nostro “caro” e vecchio albo ci fa quasi ridere.

Nel Belpaese è stato indetto un referendum dai Radicali nel 1997 per la soppressione dell’ordine. Il risultato: l’Italia lo voleva abolire. Eppure questo non è accaduto, a dimostrazione (nel caso non ce ne fossero abbastanza) della pressione delle caste nel nostro paese.

Il presidente dell’Ordine Del Boca ha dichiarato: “E’ un errore proporre l’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti. L’Ordine deve essere rafforzato, tutelato e non distrutto. Quella dei Radicali è una proposta che destabilizza le condizioni di un’intera categoria. E’ necessario, invece modificare la legge del 1963 dell’Ordine dei Giornalisti perché ormai datata, ma di certo non abolirla. Essa è l’unica forma di tutela per la categoria e serve una forte cooperazione per migliorare la legge in vigore”.

Ma intanto i Radicali continuano sulla loro strada e Beppe Grillo porta avanti la stessa lotta: “siamo l’unico paese dove esiste un ordine dei giornalisti, dove per scrivere devi pagare una retta, dove i quotidiani vengono finanziati dallo stato”.

Lo scorso 25 aprile, con il cosiddetto V-day 2, ha raccolto migliaia di firme per l’abolizione. E i giornali si sono difesi diminuendo e ridicolizzando numeri e ragioni dei manifestanti.

Molti intellettuali e addirittura giornalisti professionisti si sono pronunciati a favore della soppressione, mettendo anche a rischio i loro privilegi perché, come diceva Einaudi “ l’ordine tende a porre un limite a quel che limiti non ha e non deve avere, alla libera espressione del pensiero”.

E se fossero proprio i blogger, per molti acerrimi nemici dei giornalisti, a dare la spinta decisiva?

Morte del giornalismo?

Il giornalismo cartaceo è oggi in una nobile agonia? La risposta più quotata è sì, a malincuore è così. E chi lo sta “uccidendo”? Pare che il primo colpo sia stato sferzato dal vocabolario del pubblico che si riduce e il secondo, e direi quello quasi definitivo, dalle tecnologie che continuano a evolversi.

Le esigenze primarie di un giornalista cambiano: oggi deve essere veloce , conoscere il suo pubblico di riferimento e plasmarsi in base ad esso. Deve essere preparato e diverso dagli altri perché altrimenti il mercato lo esclude. Proprio quel mercato che, insieme alle sempre “colpevoli” tecnologie, ha spezzettato il macrolinguaggio in una serie di linguaggi specializzati e settoriali.

E allora che tipo di giornalista avremo in futuro? Che caratteristiche avrà il professionista moderno che lavorerà su Internet? Ovviamente la figura del giornalista non esisterà più, o perlomeno non avremo più un solo tipo di giornalista. Esisteranno nicchie di specializzazione con ottimi scrittori e ottimi tecnici (chi avrà conoscenze tecnologiche in più sarà favorito). Al posto dei giornalisti avremo una schiera di copia-incollisti, ovvero semplici traslatori di immagini e parole, che saranno condizionati dal tempo e, se desidereranno elaborare qualcosa, non lo potranno fare perché arriverebbero un secondo dopo gli altri. Un mestiere decisamente più frenetico e meno affascinante.

Ma una specializzazione precisa dovrebbe salvarci. Si dice che il giornalismo tradizionale è morto e che il giornalismo moderno (che continuiamo a chiamare così per convenzione) è tutto da inventare. Scoraggiante? Eticamente sì. Ma da un punto di vista pratico è… stimolante.

La rivoluzione dell’IPhone

Provate ad uscire di casa e ad andare in un posto qualunque, per esempio nella piazza della vostra città, guardatevi intorno e fate caso a quante persone parlano al telefono o scrivono messaggi battendo le lettere sulla tastiera in modo compulsivo, come se dovessero battere un record. Oppure ascoltano musica, giocano o navigano su Internet con il cellulare. In ogni casa c’è un telefono fisso ma ci sono almeno quattro telefonini. Ormai è più facile stare senza lavatrice che senza il mobile. Incredibile?

No. Siamo nella società della comunicazione e il telefono è il mezzo che più si è rivoluzionato, dando vita ad un’enorme offerta di opzioni, servizi e funzionalità, sempre in nome della semplicità, della velocità e dell’economia (almeno per gli SMS).

L’IPhone, ultima creatura della Apple, apre la strada che porterà ad avere un vero e proprio PC tra le mani. E’ un microcomputer con 20 giga di memoria e una miriade quasi inimmaginabile di funzioni, un ibrido che incorpora funzioni di

  • un IPod con capacità di riproduzione audio, foto e video,
  • un telefono cellulare quadriband con connettività Wi-fi e Bluetooth 2.0 e dotato di fotocamera da 2 megapixel,
  • un palmare di nuova concezione con sistema operativo derivato da Mac OS X

Praticamente permette di fare ogni cosa attraverso lo schermo multi-touch, la tastiera virtuale e i pulsanti.

Apple ha investito tantissimo nella telefonia mobile per diffondere una differente filosofia di gestione della comunicazione e pare che abbia centrato l’obiettivo: la commercializzazione del prodotto per gli Stati Uniti viene annunciata da Jobs per il 29 giugno 2007. Secondo il Los Angeles Times i negozi Apple e AT&T (la compagnia telefonica) avrebbero venduto in un giorno più di 525.000 unità e la AT&T annunciò di aver finito le scorte in molti dei punti vendita già la mattina del 30. Il 10 settembre Apple ha annunciato di aver venduto il milionesimo esemplare. Un successo senza precedenti.

Sono davvero significative le parole di Steve Jobs, cofondatore ed amministratore delegato di Apple Inc.,: “Di solito un uomo è fortunato ad assistere ad una grande rivoluzione, io sono già alla seconda”. Una rivoluzione senza precedenti.

La tecnologia dà origine a nuove forme di comunicazione. E’ l’evoluzione della filosofia del digitale: l’informazione può seguirti ovunque attraverso il telefonino che sta ormai acquisendo sempre più le caratteristiche di un vero e proprio piccolo computer portatile. Il linguaggio giornalistico che troviamo sul telefonino è la trasposizione della società della comunicazione di oggi: moltissime immagini e pochissime parole.

E intanto in Italia siamo in attesa dell’IPhone…